Repubblica DOMINICANA, variopinta

Ma vai a Santo Domingo??? Beh, in realtà vado in Repubblica Dominicana…
Santo Domingo ne è la capitale, una gran bella città, il cui centro storico è tutto ispanico coloniale, con belle piazze, case e chiese ricchi di fregi, palazzi in pietra, alberghi con sontuosi cortili e una notevole cattedrale del ‘500. La domenica sera presso le nostalgiche rovine della Iglesia de San Francisco si scatenano delle super band dal vivo e il ritmo ti fa sentire nel cuore dei Caraibi.

Dovendo quindi fare mare……. e pensando di evitare le affollate spiagge del sud, con il pullman di linea ci rechiamo a nord-est dove il turismo è sì sviluppato ma molto tranquillo, nella penisola di Samanà.
L’omonima cittadina è piacevole per le sue passeggiate fra le isolette, ma ancor più i villaggi di Las Galeras, con Playa Rincon e La Playita (e ce ne sarebbero molte altre), nonché di Las Terrenas, donano tutti spiagge di sabbia bianca, un quieto mare azzurro vivo, e sono circondati da vere e proprie foreste di palme, verdeggianti ma con sfumature giallastre, che ricoprono tutta la penisola.     Ci spostiamo coi mezzi pubblici, cioè motorette e pick-up scoperti (guagua), e pernottiamo in piccoli alberghetti nonché nella bellissima struttura dell’Associazione San Benedetto al Porto.
Le spiagge, grandi e piccole, non sono mai affollate, anzi molto solitarie, e i palmeti che fanno da scenario sono spettacolari.
Se di solito per me il mare è noia… devo ammettere che sono ammaliato dall’intensità di questi colori. E’ un vero paradiso marino.
Molto interessante anche la gita in motoscafo al Parco Los Haitises, con le mangrovie e gli isolotti abitati da pellicani, fregate e albatros; mentre l’isoletta tropicale di Cayo Levantado, è quieta solo al pomeriggio.

Il 31 dicembre 2013 resto solo e inizia l’avventura.
Quando dal bus scendo a Ocoa, dove da anni non vedono un “turista”, trovo un gruppo di uomini vivaci che mi accoglie gioioso per l’arrivo di un pollo da spennare!
Con il mio brillante spagnolo… affronto una baraonda di trattative e risate fino a quando scelgo quello più dotato. La sua moto mi sembra la più nuova e potente, sono certissimo che Ramon sia un esperto pilota… e allora salgo in sella, zaino sul serbatoio e via verso le montagne!
Novanta chilometri tutti sterrati, una curva dopo l’altra, che salgono lentamente fra dolci montagne, buche, qualche burrone, campi coltivati e remoti micro villaggi di campesinos che mi sembrano vivere davvero in un altro mondo…  quassù il tempo pare essersi fermato.
Ho letto di questo magnifico itinerario sulla mia guida (Dumont editore, preciso 🙂 ), ma non è utilizzato da nessuno, locali o stranieri. Gli stessi dominicani mi diranno poi che sono un pazzo.
E quando Ramon (che poi doveva tornare indietro), dopo almeno un paio d’ore, comincia a chiedere a chiunque “quanto manca a Constanza???”, deduco che non l’aveva mai fatto prima (!) e che sarà comunque una giornata speciale…
Rischiamo di sbagliare strada, ma qualcuno per fortuna ci urla dietro, così possiamo percorrere uno scenografico crinale che separa due verdi vallate senza fine ed entriamo in un paesaggio completamente diverso. Ora la strada attraversa una fittissima foresta di conifere, sembra di essere nelle Alpi, invece siamo nella Riserva Scientifica Valle Nuevo, il più grande bosco di abeti dei Caraibi e superiamo un passo di oltre 2.000 metri.
Le ore di marcia scorrono… quando dal nulla spunta improvvisa una mega Toyota davanti a noi; illuminato, chiedo a Ramon di raggiungerla, ma diciamo pure che si ferma lei, e, incrociando le dita, chiedo al guidatore se può darmi lui un passaggio fino a Constanza. Richard, un chirurgo francese che da trent’anni vive a Santo Domingo, è perplesso ma mi dice di salire… evvai!!! Adesso Ramon, carinissimo, può rientrare tranquillo. Il problemino ora è che Richard partecipa a gare di rally, ha fra le mani un giocattolo estremo (Toyota FJ truccato) e guida come un folle. Affronta saltando sulle buche una strada assurda che ci conduce al Saltos de Aguas Blancas, una cascata che non pensavo sarei riuscito a vedere. In un paesino assistiamo alla depilazione on the road di un maiale selvatico, e finalmente fra bellissimi scorci scendiamo a Constanza, 1.200 metri, al centro di un fertile altopiano e capitale agricola del Paese.
La sera si avvicina, è il 31, e Richard mi invita a salire nel suo lussuoso chalet immerso nel bosco. Sono ospite della sua famiglia e di altri amici in una cena di capodanno dall’atmosfera soffusa, altro rally in cima al monte per vedere i fuochi d’artificio e poi dormo sul divano. Che giornata!
Ananas e fragole a colazione, passo con loro anche il primo, poi rientrano verso casa e io proseguo il mio giro. Il 2 su una fresca e umida guagua giungo a Jarabacoa, ricca città di turismo montano, dove il 70% delle autovetture sono suv o fuoristrada! Faccio amicizia col giovane “centrifugatore” di frutta Hamlet, che presterà la sua moto all’amico Jahziel, il quale, appassionato montanaro, domani mi porterà in giro nei dintorni. Stupende camminate per boschi e fragorose cascate, che rendono famosa questa zona e strepitosa la giornata. Sono troppo fortunato.
Con un lungo e divertente trasferimento in bus mi reco a San Pedro de Macorìs, capitale del baseball, sulla costa sud, dove un bel mattino mi passa a prendere… di nuovo Richard, il quale, con la sua immensa ospitalità, mi porta a visitare Casa de Campo, dicono il più grande e lussuoso resort al mondo. Ha l’estensione di una città, infatti è più grande della confinante La Romana. Un enorme prato disseminato di palme, decine di ville hollywoodiane (in gran parte proprietà di dominicani), spiagge, panfili e un panoramico borgo in pietra costruito in stile mediterraneo. Tutto all’insegna del benessere economico.
Quanta differenza rispetto ai villaggi dei giorni scorsi, dove comunque respiri semplicità, e non miseria.   Ovunque il popolo dominicano mi ha trasmesso serenità, una quiete che attira molti occidentali a vivere qui.   Chissà.
Infine Richard, come saluto di fine viaggio, mi conduce nella sua meravigliosa villa di Cumayasa e immerso nella piscina contemplo la foresta tropicale.
Voleva che imprimessi nei ricordi questa variopinta esperienza.

er murena

alcune delle mie foto, ora si scorrono veloci 🙂   https://www.flickr.com/photos/murena69/sets/72157643114616803/

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Sud-Est America – Samba o Tango?

Ad agosto in Sudamerica è inverno, ero consapevole del rischio… ma il richiamo era troppo forte…

La prima tappa sono le cascate di Iguazù, le più grandi al mondo con un salto di circa 80 metri ma una larghezza ad arco di 2,7 km! Uno spettacolo della natura, di quelli che ti fanno sentire molto piccolo rispetto alla sua maestosità, e dove staresti ore ad ammirarla e ascoltarla: il frastuono del muro d’acqua che precipita nella “Garganta del Diablo” è dolcemente impetuoso…e quando spunta il sole, l’arcobaleno dona splendidi giochi di colori.
Con un breve trasferimento di 16 ore in pullman… giungo a Florianopolis, ricca città nel sud del Brasile, parte lungo la costa e parte su una grande isola, dove si disperde fra piccoli borghi coloniali, boschi e belle spiagge. Il vento freddo le rende piacevoli solo ai surfisti, io mi ritiro sulla caipirinha.
In volo ecco Rio de Janeiro, non pensavo mai che questa metropoli potesse affascinarmi così tanto per la sua poliedricità! Mi stupisco innanzitutto per la natura: la città è cosparsa di colline verdi e molto slanciate verticalmente, tanto da poter arrampicare sulle loro pareti rocciose. Alcune sono vere piccole montagne, oasi con possibilità di trekking anche di un giorno intero. Le più famose sono ovviamente il Pan di Zucchero e il Corcovado col suo Cristo Redentore, e i panorami dai vari mirador sono spettacolari (certo, se avessi il bel tempo…). Poi le famose spiagge, che appunto il meteo rende semivuote, ma restano suggestive per lo scenario di monti e palazzoni moderni. Però i quartieri bohémien di Lapa e Santa Teresa incantano per le architetture coloniali, le botteghe di artisti e i locali dove la sera si riversa la vita notturna e si ascoltano suadenti concerti di musica samba. Una città stimolante e dinamica, ancora tutta da scoprire.
Un altro volo e sono a passeggiare per il centro di Montevideo, dove comincio a sentire la presenza dei flussi migratori italiani del passato e osservo un crepuscolo mozzafiato, prima del gioiello Colonia del Sacramento, un magnifico borgo coloniale in pietra che si affaccia sul mare, bellissimo lui e la nostra finca agrituristica.

Un’ora di traghetto e finalmente raggiungo la vera meta del viaggio, assecondare il “richiamo della famigghia”…!
Da oltre 60 anni a Buenos Aires vive l’unico fratello della mia mammù, il mitico Zio Primo, un giovanotto di 86 anni e mezzo che ancora oggi passa le giornate a creare frizioni per auto su vecchi torni manuali, è la sua passione e si diverte come un ragazzino.
Trascorro una settimana di coccole e abbracci.
Ci sono anche le cugine, mi portano a conoscere la città, bella, enigmatica e un pò malinconica, un miscuglio di storie, stili e atmosfere che ben si riassumono nella magia del tango…
Malinconia di tanti italiani… quelli emigrati allora soffrono la lontananza; quelli che scappano adesso dall’Italia, lo fanno provando imbarazzo…
er murena

https://murena69.wordpress.com/
alcune delle mie foto, ora si scorrono veloci 🙂 https://www.flickr.com/photos/murena69/sets/72157642049218445/

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

INDIA, Maha Kumbh Mela – il più grande…

Sin dalla prima volta, l’India mi parve il paese dei misteri.
Era l’India d’influenza musulmana, in Rajasthan, poi ci fu quella etnica in Orissa e quella tibetana in Ladakh.

Ecco che nel febbraio 2013 ho potuto immergermi nel più grande pellegrinaggio al mondo, la massima manifestazione dell’induismo, il Maha Kumbh Mela.
Pellegrinaggi più piccoli dello stesso tipo si ripetono annualmente, in varie città, ma questo si svolge solo ogni 12 anni, è il più importante e secondo alcune fonti ha radunato circa 100 milioni di persone nella sua durata di 55 giorni, oltre 30 milioni il solo 10 febbraio.
Da tutto il Paese, devoti di ogni ceto sociale si raccolgono nella città di Allahabad, attorno alla confluenza di tre fiumi, Gange, Yamuna e il mitologico Sarasvati, che l’epica vuole sotterraneo.
Le sponde dei due fiumi si popolano di migliaia di tendoni, che si perdono a vista d’occhio; la maggior parte di essi ospita i pellegrini, nelle condizioni più disparate immaginabili, negli altri si svolge la vita spirituale, i fedeli si incontrano e confrontano, i santoni, guru e sadhu tengono lezioni di religione e filosofia, impartiscono sermoni, cantano e pregano. Lungo la battigia si svolgono i rituali, i fedeli accendono piccoli ceri in terra o li spingono dolcemente sull’acqua al centro di minuscole barchette di fiori, muovono verso il fiume candelabri pieni di fiammelle accese, pregano e soprattutto si immergono nelle sacre acque.   Il bagno nel Gange rappresenta per un induista il momento massimo, nel quale purificarsi, lavare i peccati dal corpo e raggiungere la salvazione dell’anima.

Tutto attorno una folla oceanica, un’esplosione di colori, volti, speranze, sguardi e sorrisi, in cerca di felicità.
L’immagine di migliaia di famiglie, povere, che arrivano da chissà dove e camminano per ore con le borse sulla testa, vagano instancabilmente per un bagno nel Gange… e poi dormono per terra, avvolti dalle coperte, dai canti che riecheggiano lontani, e dalle stelle.
Misticismo? Il rapporto fra Uomo e Divino crea forza infinita…
Non dimenticherò il sottofondo melodico ininterrottamente diffuso da centinaia di megafoni; l’ordinata distribuzione dei pasti donati ai pellegrini bisognosi; i cilum ben diffusi…; la rasatura totale della testa quale iniziazione, ma anche le lunghe code di capelli; il viso fiero e sereno degli anziani, abbellito da turbante e saggia barba; il giretto in barca; lo “sbarco in normandia”, cioè lo sciamare infinito di barche e persone, visto dai pressi della Fortezza; le mille tonalità di arancione; l’eleganza colorata dei sari, anche quando dolcissime donne li tengono stesi ad asciugare; i tramonti sul Gange; i famosi ponti galleggianti, dove fluiscono i viandanti; il rientro in motocicletta; i riflessi della notte; l’attesa, la curiosità, la parata dei carri addobbati e le corse urlanti verso il tuffo liberatorio nel giorno del “bagno sacro principale”, con la caotica ressa pacifica in cui mi sono trovato; il corteo dei naga sadhu che festante procede impavido davanti a me, che cammino scattando all’indietro.
Il 10 febbraio resto in giro da mezzanotte alle 22, e non mi fermerei mai nell’inebriarmi di questa folle umanità!

Prima e dopo Allahabad, facciamo sosta a Varanasi, città dal fascino senza tempo, nell’intreccio fra vita e aldilà.
Il quartiere antico è un intricato labirinto di vicoli quasi oscuri, ma è dolcemente solcando il Gange che puoi ammirare le magnifiche architetture dei palazzi che vi si affacciano, nonché il viavai di vita che scorre nei ghat, le gradinate che discendono verso il sacro fiume; anche qui lavaggi e bagni di purificazione. Ogni sera vi sono dei cerimoniali scenografici, con sacerdoti e candelabri accesi, molto venerati. E’ invece continuo, senza un attimo di tregua, il fuoco che arde nelle pire, dove si bruciano i corpi dei defunti. Gli induisti vengono a morire qui nella speranza, secondo le scritture, di sfuggire al ciclo delle reincarnazioni, forse il più grande dei misteri.

er murena

https://murena69.wordpress.com/
qui ci sono alcune delle mie foto (sempre selezionate da mio fratello!):   http://www.flickr.com/photos/murena69/sets/72157641726729893/

queste non sono mie…….. e credo siano veramente da guardare…!!! :
http://www.businessinsider.com/incredible-photos-from-maha-kumbh-mela-2013-1?op=1
http://www.boston.com/bigpicture/2013/01/maha_kumbh_mela.html

Pubblicato in Senza categoria | 1 commento

SENEGAL GAMBIA, percussioni pulsano consapevoli

Con il vento che mi spettina i capelli, il quieto Lac Rose che riflette le tonalità rosa del cielo al crepuscolo, alcuni pacifici dromedari, le sagome dei baobab in lontananza, alzo le braccia e mi chiedo: possibile che ogni luogo io visiti, mi senta sempre entusiasta e mi emozioni?
Ora, va bene che in quei momenti soddisfo la mia primordiale curiosità, e che ogni Paese dona qualcosa di interessante, ma alla fine, come dice qualche amico, mi piacciono tutti i posti?
A volte mi sento quasi infantile, ma infatti so bene di essere un bambino in maschera, in fondo quando lo ero veramente e osservavo i treni partire, sognavo di esplorare il mondo.

Il Lac Rose deve i suoi colori rosati a una micro alga ed è circondato da cumuli di sale fra cui si muovono coloro che vivono grazie a esso, chi faticosamente lo raccoglie dai suoi fondali, chi lo lavora e lo vende.
Prima era stata la città di St.Louis ad affascinarmi, coi suoi palazzi coloniali decadenti e la vivacità della vita che scorre presso le sue spiagge.
Siamo in due e ci muoviamo coi mezzi pubblici, cioè i taxi brousse, vecchie ma robuste Peugeot 504 SW che collegano fra loro tutte le città.
Scendiamo lungo la Petit Cote e scopriamo Popenguine, con l’enorme spiaggia e la falesia di rocce dai colori variegati. Invece M’Bour ci stupisce per il suo labirintico fitto mercato e il brulicare di migliaia di persone che sulla spiaggia attendono i pescatori e attivano immediatamente il mercato del pesce, in un’atmosfera surreale che mi ammalia.
Dakar non mi entusiasma, mentre l’Ile de Gorée è molto bella, con le sue case color pastello, gli artisti che ospita, i tristi ricordi che conserva e gli scorci suggestivi.
Anche in Senegal le persone sono di grande cordialità (appena conosciuti, un signore ci ha messo a disposizione la sua casa libera al lago), nonostante non parliamo francese! E certamente è il viaggio in cui ho sentito di più i ritmi della musica pulsare nelle strade; queste si animano di polvere alzata da migliaia di ragazzi che sognano di cambiare la propria vita giocando a calcio.
Resto solo ed entro in Gambia, piccolo Paese pacifico, che sembra vivere in tranquilla armonia (anche se i manifesti del presidente fanno pensare ai soliti “giochetti” politici). Visito la capitale Banjul, dedita a uffici e commerci, poi mi fermo nella dinamica Serrekunda per scoprire anche i dintorni (nei due mercati quasi mi perdo!). Le persone ti fermano per fare amicizia, senza chiedere nulla in cambio, ti aiutano spontaneamente e mi invitano a un loro matrimonio! E’ per me una bellissima esperienza, non solo per le coinvolgenti musiche e i balli nei vestiti tradizionali, ma per un contatto più “profondo” con l’islam moderato che è diffuso nell’Africa occidentale. La prima serata si svolge presso la casa della sposa, e la seconda, presso lo sposo, si conclude con un tutore donna che li unisce in matrimonio, tutti circondati dalla piccola folla degli invitati che canta, danza e porge piccole offerte.
Purtroppo due terzi dei matrimoni sono combinati dalle famiglie, che discutono sotto le stelle sul futuro dei ragazzi, ma non questo.
Parlo con la sposa: “la famiglia dei miei suoceri è insopportabile, io sono consapevole di dover andare a vivere da loro anche per servirli e accudirli, ma lo faccio perché amo mio marito”.

er murena

P1000499
Pubblicato in Senza categoria | 1 commento

COLOMBIA – coffee or silicone?

“Non sarà pericolosa?”. Domanda legittima, la Colombia ha un recente passato decisamente turbolento… ma ci siamo informati bene ed eviteremo alcune zone, la situazione è tranquilla.
Anzi, forse più che altrove in Sudamerica, la gente è molto ospitale, non cerca mai di “fregare” il visitatore e, rispettate le normali precauzioni, non percepiremo mai rischi particolari.
La prima metà del viaggio siamo in 4, per poi restare in 2, muovendoci coi mezzi pubblici.

Bogotà è una città interessante, quartieri moderni, ma anche old england o decadenti, vecchi grattacieli che si affacciano sul centro storico, lo stupefacente Museo dell’Oro e quello d’Arte (con molte opere di Botero), il panoramico Santuario di Monserrate.   Appena giunti, siamo capitati nelle celebrazioni dell’anniversario della fondazione e la parata che ha sfilato nel viale centrale, con centinaia di figuranti, coloratissimi e fantasiosi, danzanti e festanti al ritmo di tamburi e fiati, ci ha catapultato nei ritmi sudamericani.
Nei dintorni, a Zipaquira, hanno scavato una cattedrale a tre navate, molto ben illuminata, all’interno di una enorme miniera di sale.

Entriamo nella zona Cafetera, famosa per la produzione di un eccellente caffè (che tanto io non bevo!).
Subito il facile trekk nella Valle del Cocora, alcune ore nel bosco pieno di farfalle per poi giungere su un balcone incantevole: una conca verdissima i cui prati e pendii sono puntellati da centinaia di “palme della cera”, una specie che cresce solo qui, con tronchi nudi e slanciati che arrivano anche a 60 metri di altezza e che culminano con i ciuffi di foglie. Non c’è nessuno, la quiete, il panorama è strabiliante.
Per arrivarci si parte da Salento, tipica cittadina coloniale, bellissima coi suoi bar da far west e le macchine per fare il caffè piemontesi vecchie di oltre un secolo, abitata dai campesinos e circondata da piantagioni e fiori sgargianti.
Le grandi città di Armenia e Pereira non dicono molto, più carina Manizales, adagiata sulle colline.
                                                          
Invece Medellin è distesa sul fondo di una larga valle, che in lunghezza si perde a vista d’occhio. Le periferie degradate risalgono i pendii laterali, strapiene di alti palazzoni o ammassi di casette in mattoni e tetti in lamiera. Un paio di questi quartieri sono stati però recuperati grazie al trasporto pubblico, e cioè ben collegati al centro con delle vere e proprie funivie, in rete con la metropolitana, che passano sopra i tetti delle case. Una di queste linee conduce direttamente in un grande Parco lontano dalla città. Quando si rientra col buio, le cabine non vengono illuminate, non c’è traffico, sorvoli silenzioso e ascolti le voci della vita urbana.
Anche qui, belle le molte opere di Botero.   Assistiamo a una tradizionale parata in cui circa 8.000 (!) persone, coi cappelli da campesinos, sfilano a cavallo davanti alla folla festante. Diciamo che mi permette di intuire quanto le donne locali “amino” riempirsi le strette camice con chili di silicone…….!
                                                             
Cartagena de Indias non ha bisogno di molte parole: è considerata fra le città più belle del Sudamerica.
Varcate le mura del centro storico, ti senti indietro nel tempo, nel cuore della dominazione spagnola. Un dedalo di vie adornate da splendidi palazzi coloniali, patii verdeggianti, balconi rifiniti, antichi portoni lignei, chiese, piazze e fontane. Tutto all’interno delle mure cinquecentesche che si affacciano sul Mar dei Caraibi.   Magica.
E’ interessante anche fuori dalla cittadella, il vivace quartiere Getsemani, un paio di punti panoramici, una penisola zeppa di bianchi grattacieli e le spiagge tropicali a un’oretta di navigazione.
Un mix di ambienti che rendono Cartagena imperdibile.
                                                      
Ancora più a nord, relax nella verde e placida baia di Taganga, per poi visitare il Parque Tayrona. Qui, spremuti dal caldo umido, due ore di facile trekking fra boschi e lunghe spiagge deserte, ci conducono al Cabo San Juan de Guia, un insieme di spiaggette di sabbia bianca, circondate da un palmeto che ospita l’unico campeggio.
Bisogna ricaricarsi… anche se l’acqua del mare è molto calda… io mi incammino per boschi… altrimenti mi annoio!
                  
Er Murena
https://www.flickr.com/photos/murena69/sets/72157633451558724/
Pubblicato in Senza categoria | 1 commento

THAILANDIA, riding in the wind

Per una volta mi chiedono di fare una vacanza soft al mare….. ed eccoci in Thailandia.

Cinque giorni in giro fra le isole di Phuket e Koh Phi Phi, veri epicentri del turismo di massa.
Alberghi ovunque, spiagge affollatissime e orde di anglofoni palestrati depilati tatuati e sempre con birra e sigaretta in mano, in cerca di sballo nella movida notturna. Ma anche famiglie e tanti asiatici.
Certo, se vuoi fare mare in inverno… qui fa caldo, l’acqua è pulita e il paesaggio è comunque verdeggiante, puntellato da bei torrioni rocciosi.
Tutto organizzato, gente cordiale e accogliente, massaggi anche in spiaggia; può essere un luogo ideale per chi vuole riposare.

Bangkok è un roboante intreccio di arte religiosa e grattacieli vertiginosi, placidi canali e strade caotiche, mercatini galleggianti e moderni centri commerciali.
Affascinante, soprattutto le zone lungo il grande fiume.
La notte di capodanno è un lento vagare fra le vie della città che sembra non volersi addormentare, i fedeli pregano senza sosta nei templi, e riempiono il cielo di stelle fatte col cartone che si involano grazie al calore di una fiamma. Buona Fortuna.

Rimasto solo nella seconda settimana, mi sposto col bus verso ovest a Kanchanaburi, la città del ponte sul fiume Kwai, nei cui pressi realizzo un piccolo sogno che avevo da bambino: vedere dal vivo una tigre!   Sono allevate in un monastero, da monaci buddisti che le crescono a latte (di mucca?!) e carne cotta, quindi non attaccano l’uomo…   (e neanche le murene… 🙂
Passo ore ad ammirarle, le accarezzo, ci passeggio al guinzaglio… è davvero uno degli animali più belli in assoluto, magnifico e maestoso.   Lo so, mi trovo pur sempre in un allevamento, una sorta di zoo, ammetto che non ho saputo resistere alla tentazione, almeno qui sono coccolati e non vengono poi macellati…


Poi in treno mi dirigo verso nord, Phitsanulok, Sukhothai e Ayutthaya: come città non dicono nulla, grigie, piatte e dispersive, ma sono molto belli i siti storici e spirituali che custodiscono. Questi però non sono mai vicini fra loro, e quindi mi scateno a noleggiare tutti i giorni uno scooter. Non ne ho mai avuti, ed è un’esperienza nuova sfrecciare col vento fra i capelli… Mi ha permesso di provare una inebriante sensazione di libertà, negli spostamenti, nell’esplorare ogni angolo del luogo, nello scoprire le periferie, nel deviare dalle strade principali e “perdermi” fra le campagne.
Mi sentivo un pò   Easy Rider

er murena

P1150323
Pubblicato in Senza categoria | 1 commento

LADAKH, India – sublime, elevazione

Il Ladakh è la regione più settentrionale dell’India, si incunea fra Cina e Pakistan, fra Himalaya e Karakorum. Rappresenta la parte indiana dell’antico Tibet, di fondamentale importanza poiché ne custodisce la cultura e ospita molti tibetani in fuga dall’oppressione cinese.
Ed è un luogo da sogno; un intreccio di vallate dai mille colori, desertiche e verdi, circondate da alte montagne, con rocce e ghiacci dalle forme più fantasiose.
Villaggi arroccati su speroni rocciosi che culminano in placidi monasteri buddisti, nidi sacri di arte e spiritualità. Gli abitanti? Semplicemente Tibetani…

Siamo in 4, con jeep e autisti che cambiano quasi ogni giorno per questioni di competenze territoriali.
Dapprima visitiamo i monasteri a est di Leh, il capoluogo, e assistiamo al festival di Tak Thok; poi ci dirigiamo verso ovest, visitiamo i monasteri di Likir e Alchi, ci incantiamo di fronte a due maestose vette di 7.000 metri, Nun e Kun, e ci ammaliamo nello sparuto villaggio di Rangdum, al centro di una piana dall’atmosfera surreale.
Arriviamo quindi nello Zanskar, chiamato da molti “piccolo Tibet” poiché a causa del suo isolamento geografico e climatico (da ottobre a maggio la neve blocca l’unica strada di accesso) rappresenta uno scrigno autentico della cultura tibetana. Nel monastero di Bardan ci troviamo casualmente nel mezzo di una piccola ma animata celebrazione religiosa, e poi assistiamo all’atteso festival di Sani.
I festival che ogni anno si svolgono nei monasteri rappresentano un momento di ritrovo e preghiera in cui tutto il villaggio si raduna per ammirare i monaci che si esibiscono in musiche e danze, con vesti damascate e maschere colorate. Alcune donne indossano il tipico copricapo “a cobra”, feltro ricoperto da decine di pietre preziose (turchesi e coralli): unico.   Il vocio sussurrato dei fedeli, che prima e dopo camminano in senso orario attorno alle mura, la venerazione e la distaccata euforia, i suoni e i volti, tutto crea un’atmosfera che mi emoziona.

Sarà triste lasciare incompleta la visita dello Zanskar, mi auguro di tornarci. Rientrati a Leh (con tappa a Lamayuru), risaliamo verso nord e superato il famoso passo Khardung-La (oltre 5.300 m) entriamo nella spettacolare Nubra Valley, dove si aprono panorami infiniti. Anche Diskit ci stupisce, per il villaggio, il monastero, l’enorme e scenografica statua del Buddha, la posizione e ciò che dona allo sguardo…. Quindi anche all’anima.
In una manciata di dune sabbiose, per la prima volta vedo e cavalco un “vero” cammello (due gobbe neh!).   Bello il monastero di Sumur e mentre torniamo a Leh, fortunatamente capitiamo in un’altra pittoresca processione a Khardung.   Che simpatico groviglio di umanità.

Rimasti in due, proseguiamo verso sud, dapprima seguendo la valle del fiume Indo, poi deviando verso i laghi Tso Moriri (oltre 4.500 di quota) e Tso Kar, isolatissimi e dai colori pastello, quieti, dai ritmi lenti nei sperduti villaggi fuori dal mondo, sembra di assentarsi dal tempo.
Tornati sul vallone principale e toccato un altro passo a 5.300 metri, siamo sulla mitica strada che unisce Leh a Manali.
Fantastica… Si attraversa un’alternanza di paesaggi grandiosi che cambiano continuamente, dai pianori brulli e pietrosi alle gole scoscese, dai ghiacciai alle vallate verdeggianti. Al crepuscolo mi trovo di fronte a quattro spettacolari vette, eleganti e sinuose, sono stordito e le contemplo estasiato.
Dopo l’ultimo passo a 4.000 metri, si scende a Manali (2.000) ma non senza un pochino di avventura… La strada era chiusa di giorno per un cantiere e la dobbiamo percorrere nel buio della notte; il cambio di quota e climatico ci fa entrare nelle nuvole, quindi nebbia fittissima e visibilità a non più di 10 metri; inoltre viaggiamo qualche ora in 20 cm di fango, slittando continuamente verso il ciglio della strada!
Ovviamente ci impantaniamo, coi piedi immersi nel fango e l’aiuto dei camionisti, ci vorrà un’oretta per riuscire a ripartire. E riposarci poi nella quieta Manali.
Salutiamo la nostra jeep e dopo una tappa a Dharamsala, dove ha sede il governo tibetano in esilio e la dimora del Dalai Lama, eccoci nel Punjab, ad Amritsar.

E’ una città grande, caotica come tutte quelle indiane, ed è il centro spirituale dei Sikh, i seguaci di una religione recente (15° secolo), fondata su pochi semplici principi che ben la distinguono dall’induismo.
Se le donne indossano i tipici sari indiani, gli uomini sono caratterizzati dalla corporatura alta e robusta, la lunga barba e i turbanti di vari colori. Ad Amritsar i sikh si recano per venerare l’antico libro sacro conservato all’interno di un luccicante tempio ricoperto d’oro, che si trova al centro di una grande vasca di acqua santa.
Vengo così ammaliato da questo luogo che vi passo oltre due giorni, anziché visitare la città. La musica di sottofondo rende l’atmosfera mistica, con le preghiere cantate e il brusio dell’umanità. Il pellegrinaggio mi appare sempre come uno dei più grandi misteri dell’uomo.
Il viavai di fedeli è continuo, anche di notte, a decine camminano attorno alla vasca per poi accedere al tempio attraverso un pontile. Pregano, sorridono, si purificano immergendosi nell’acqua santa e dormono sdraiati sul marmo. Nella mensa, con il contributo di centinaia di volontari, offrono un pasto caldo a chiunque faccia visita, in segno di benvenuto indistinto a tutti, condivisione e uguaglianza sociale.
Valori che spesso vengono dimenticati nel nostro mondo, ma che ogni tanto è bello sognare.

er murena

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento